La privacy si puo’ vendere, no anzi …

La privacy ha un valore? E’ monetizzabile? E come valutiamo cio’ che è considerato il suo contrario (Publicness)? Stiamo perdendo valore con l’ esplosione di informazioni che ci riguardano sempre piu’ disponibili online?

Brian Solis, Il giustamente apprezzato analista di Altimeter sui fenomeni del digitale, ci invita a riflettere sulla esplosione di publicity dei nostri giorni,  a scapito della privacy, diventata ormai un bene preziozo nella società ed economia dell’ informazione.

Brian, anche citando Jeff Jarvis e il suo Public Parts,  ci suggerisce pero’ di riflettere sulla differenza tra publicity e publicness (or publicy). Publicity è il rumore di fondo, l’informazione che non crea valore . Publicness o Publicy è informazione curated e intenzionale, è  “controlled and managed publicity“.

Questa publicness è cio’ che permette l’ accumulazione di capitale nella social economy. Da questa prospettiva la privacy distrugge valore, quando valore è inteso come accumulazione di capitale e se si vuole mantenerla, sembra concludere Solis, si deve pagare (scusate la semplificazione ma a me questo sembra essere il succo). Diverso pero’ diventa il discorso, ci suggerisce l’ autore,  se si considera, come fa Laurent Haug, la privacy come qualcosa che non è diventato piu’ scarso ma addirittura meglio difendibile e gestibile oggi rispetto al passato. Haug ci consiglia infatti di ricordare che quando si viveva in piccole comunità la nostra privacy era ancora piu’ fuori dal nostro controllo di oggi (avete presente i pettegolezzi nei piccoli paesi?).  Con i social networks, sostiene Haug, abbiamo maggiore controllo sulle nostre informazioni. La new privacy diventa di fatto sinonimo, non contrario, di Publicness, perchè puo’ essere concepita come “A space that is public but that you control, where you can say anything you want and have it taken as true … nobody can really cross check information anymore”.  In questi nuovi spazi ognuno di noi oggi puo’ non solo costruire la propria “public image” ma anche la propria “private image”, the “plausible me“.

Questo argomentare, passando da un “You have zero privacy anyway. Get it over” all’ idea che possiamo avere piu’ privacy oggi di quanta ne avevamo in passato, si conclude con un ispirato richiamo alle parole di Bernard Shaw, “Life isn’t about finding yourself. Life is about creating yourself”.

Personalmente apprezzo molto il lavoro di Brian Solis e la sua intelligenza analitica, anche in questo caso preziosa per far emergere aspetti non scontati di un problema complesso. Apprezzo anche il sapore post-modernista dell’ argomentazione sulle identità plurali e risultato di playing sociale da parte di attori sempre piu’ interconnessi. Non sono pero’ convinta che la questione possa essere risolta con l’ approccio/gli approcci suggeriti.

Sappiamo tutti che online è possibile oggi tracciare e collezionare una mole di dati impressionante, relativa a chi siamo e cosa facciamo. Cio’ che in passato diventava difficile (integrare tutte queste info in databases gestibili a fini di apprendimento e/o strategic publicness di terze parti) è oggi alla portata dei grandi attori , con i programmi e sistemi di gestione BigData.  Non è vero che abbiamo piu’ privacy di quanta ne avevamo nelle piccole comunità, perchè allora l’ impatto dell’ invasione nella nostra privacy era limitato a quella comunità. C’ era sempre un “fuori dal villaggio” dove andare a rifugiarsi quando si viveva lì. Poi abbiamo accumulato pratiche e metodi diversi per difendere la nostra privacy nelle fasi successive dell’ età industriale e dell’ urbanizzazione.

Dire che “abbiamo piu’ privacy oggi con i social media” mi suona come gli slogan cari ad una parte della letteratura su Internet che ha fatto a mio parere piu’ danni che favori alla rete negli anni 90, e cioe’ “Internet è in sè ed automaticamente democratica”, “La rete scalzerà tutti i grandi poteri”, “I clienti si faranno le marche da soli, è la fine del potere dei grandi brand”. Non credo serva qui dare prova di quanto queste affermazioni siano risultate al minimo ingenue. E questo è detto da una che è davvero convinta dell’ impatto rivoluzionario (uso consapevolmente questo termine forte) di Internet.

La rete puo’ aiutare ad allargare le possibilità di vivere meglio e di contare di ognuno di noi se non ci raccontiamo le favole, cioè se diventiamo consapevoli delle forze ed interessi diversi che vi operano. Solo riconoscendo la possibile distruzione di valore (inteso non come accumulazione di capitale ma come valore percepito di esperienza di vita del cittadino/consumatore), derivante dall’ uso selvaggio delle informazioni relative agli individui, possiamo acquistare controllo su quello che vogliamo che succeda alla nostra vita. Se definiamo come valore il benessere degli individui la possibilità di valorizzare e anche giocare con la nostra identità crea valore (su questo siamo d’ accordo con Haul e Solis). Delegare ad altri il controllo di cosa siamo e cosa facciamo, invece, distrugge valore. E non si tratta solo di far adottare regole di protezione dei nostri dati/privacy (punto di partenza comunque). Come chiunque abbia avuto anche un minimo problema di gestione dei propri account nei social media sa che oggi non abbiamo nessun controllo nemmeno sulla nostra publicness. I social network hanno il diritto pressochè assoluto di eliminare i nostri account e (a volte) nemmeno rispondere alle proteste di utenti, che cosi’ perdono tutto il capitale sociale accumulato in anni di interazioni. Non mi sembra che questa sia la bengodi della “new privacy” intesa come “controlled publicness“.

In sintesi, ho l’ impressione che abbiamo molto da discutere sull’ argomento (d’ accordo con Solis su questo) ma anche che abbiamo bisogno di evitare errori già commessi nello sviluppo della prima Internet, e cioè la semplificazione ideologica dell’ impatto sociale della rete. Questo forse ci aiuterà ad evitare comodi “hype” mediatici con le successive “disillusioni”, disastrose sia sul piano della possibilità di fare policy seria sull’ argomento che sulla salute finanziaria dei mercati digitali (abbiamo tutti ancora presente la grande bubble di circa 12 anni fa, vero?).

Per quanto mi riguarda io riparto dal considerare la privacy (fino a che non mi convinco del contrario) come un bene prezioso dell’ individuo, che puo’ essere sia minacciato che potenziato dall’ uso  della rete, a seconda di quali regole decidiamo di darci come cittadini. La privacy rimane quindi una questione di libertà e le regole che la riguardano rimangono una questione di public policy e di democrazia, non delegabili per default a nessun attore dominante del mercato.

Consapevole del fatto che la riduzione di privacy (publicness non controllata) puo’  essere collegata ad accumulazione di ricchezza, mi permetto alcune domande preliminari:

1) “Stiamo tornando a pensare che il valore per l’ impresa possa essere perseguito a scapito del valore per il consumatore?” (contrario al pensiero manageriale degli ultimi 20 anni);

2) “Siamo sicuri che la privacy sia qualcosa che si puo’ vendere?”, “In base a cosa si stabilisce il suo valore di mercato? Vale solo il calcolo della percezione di possibili redditi per le parti ad essa collegati?”;

3) “Che valore ha la Publicness (anche quando includa diminuzione di privacy del soggetto con sui si ha la relazione)? Si calcola come ROI sugli investimenti in contenuti e relazioni o richiede una valutazione anche delle ricadute sociali del nostro social playing?”.

Ho l’ impressione che queste domande richiedano una riflessione piu’ ampia su cosa si intenda per valore oggi.

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